Economia di guerra e deficit pubblico | Andrea Mazzalai

6 Posted by - 23 marzo 2020 - Blog Print This Post

Sabato scorso (21 marzo, n.d.r.), il presidente di Assolombarda, Carlo Bonomi ha dichiarato: «La vita viene prima di tutto, possiamo decidere di chiudere tutte le imprese in Lombardia con la consapevolezza che molte di queste aziende non riapriranno più. E quando usciremo da questo incubo ci troveremo in una situazione da economia di guerra».

Non userò termini difficili, non sono un economista; uso parole semplici, il più semplici possibile.

Qualche anno fa Krugman ha detto: “In questo momento il mondo ha bisogno di decidere sulla base di informazioni concrete; di conseguenza le idee devono essere rese accessibili a tutte le persone interessate, non solo ai professori di economia.

Ad ascoltare le dichiarazioni di molti esponenti politici e banchieri centrali, tedeschi, olandesi e austriaci in questi giorni, ma anche di alcuni economisti e politici nostrani, la sintesi è che quei paesi il deficit da “economia di guerra” se lo possono permettere, perché “prima” hanno fatto le formichine; invece le cicale italiane no, non possono, perché il debito pubblico è troppo alto.

Per carità di patria, tralascio anni di dumping economico e sociale, oltre otto milioni di tedeschi a libro paga per 400 euro al mese e faccio finta che la Germania non abbia mai prodotto le tristi e criminali vicende di Siemens, Deutsche Bank, Volkswagen, etc.; vado direttamente agli economisti di casa nostra.

Sempre questo sabato Giampaolo Galli aveva commentato così:

Tweet del deputato PD Gianpaolo Galli sul debito pubblico

A ruota, anche Luigi Marattin ci ha detto che “è tutto vero” quello che succede in Germania, dove si inizia a parlare di economia di guerra, ma che loro lo possono fare e noi no.

tweet del deputato PD Marattin sul debito pubblico Germania

Il problema sarebbe di coloro che hanno il debito al 135%, debito che da 30 anni è oltre il 100 %, ma evidentemente non anche di chi – come il Giappone – ha oggi il debito al 238% del PIL, e da 20 anni oltre il 100%. E va osservato che l’esplosione del debito in Giappone c’è stata dopo lo scoppio della Grande Bolla finanziaria degli anni ’90; e occorre aggiungere che, anche senza il catalizzatore del coronavirus, un’altra bolla finanziaria sarebbe scoppiata presto.

Abbiamo sentito dire per mesi e mesi, durante la crisi del 2012, da Luigi Zingales – un economista di tutto rispetto – che Tokio avrebbe fatto la fine di Atene, c’è una battuta che gira tra i miei colleghi: «Sai qual è la differenza tra il Giappone e la Grecia?». L’agghiacciante risposta è: «Tre anni». L’ovvio riferimento è alla situazione del debito pubblico. Per quanto paradossale, l’accostamento della grande potenza industriale asiatica al piccolo e disastrato Stato ellenico non è poi così assurdo.

Debito pubblico del Giappone 1980 -2020

Sono passati 8 anni da allora, e Tokio è ancora in piedi: nessun fallimento!

Mi perdonerete questa premessa, ma è necessaria per comprendere dove trovare i soldi per implementare politiche fiscali in tempo eccezionale, un tempo di “economia di guerra”. Oggi la frase più ricorrente è la seguente: “Non ci sono i soldi”. Tempo fa, l’allora governatore Mario Draghi ad una domanda di un giornalista che chiedeva se la BCE può finire i soldi ha risposto, sorridendo:
Beh…tecnicamente no, non possiamo finire i soldi, quindi abbiamo ampie risorse per far fronte a tutte le NOSTRE emergenze”. Sempre sorridendo poi ha aggiunto: “Penso che questa sia l’unica risposta che posso darle.

dichiarazione Draghi BCE non può finire i soldi

Anche Ben Bernanke in un’intervista ha detto che i soldi che la Fed ha usato per sedare la crisi del 2008 non vengono dalle tasse dei contribuenti americani ma dalle stampanti della Banca centrale americana, li producono con un computer.
Sapete quanti soldi hanno stampato le banche centrali in questi anni tra una crisi e l’altra per salvare le banche? Migliaia di miliardi di dollari, euro e yen, forse trilioni rende l’idea, mentre oggi uno Stato come la Germania mette noccioline a disposizione delle sue imprese e famiglie, ovvero qualche spicciolo, centinaia di miliardi e il nostro Governo, elemosina decine di miliardi, il che rispetto agli oltre 20.000 miliardi stampati dalle 4 maggiori banche al mondo, ovvero USA, Europa, Cina e Giappone, sono il nulla assoluto.

Asset maggiori banche centrali del mondo

Chiaro ora come funziona la leggenda metropolitana secondo la quale non ci sono più soldi in giro?
Ma facciamo un passo oltre.
Qui sotto, sempre ascoltando e leggendo la storia, avete la dinamica del rapporto surplus/deficit in rapporto al GDP, della principale economia mondiale, gli Stati Uniti, in questo grafico pubblicato su twitter da Jim Bianco, CEO e Strategist di Bianco Research

surplus e deficit in percentuale sul PIL nella storia

Qualcuno, come ad esempio i tedeschi o gli olandesi, dice che questa è una tempesta in un bicchiere d’acqua e che non c’è fretta nel cancellare patti o limiti anacronistici e – oltre a bloccare le nostre mascherine nei loro porti – suggeriscono a vari esponenti della BCE di dire in giro che non è compito di una Banca centrale stabilizzare gli spread, che le risorse sono finite o che tutto quanto viene fatto non è per aiutare l’Italia.

Il grafico qui sopra vi spiega che quando si è in guerra (e siamo in guerra, se qualcuno ha ancora dei dubbi a riguardo) non c’è limite alla capacità di spesa di uno Stato, finanziata da una banca centrale.
Non voglio star qui a fare una carrellata di numeri, quello che faranno gli Stati Uniti ve lo risparmio perché qui da noi sembra fantascienza: l’economista Rogoff ritiene che 1000 miliardi sia solo un antipasto, Blanchard suggerisce che non è il tempo di fare gli schizzinosi sui deficit. In settimana il Governo danese ha dichiarato che avrebbe assicurato alle aziende private colpite dalla pandemia il 75 % degli stipendi dei loro dipendenti. Si calcola che il loro piano è quello di mettere a disposizione in tre mesi sino al 13 % dell’intera economia nazionale. E’ chiara la (spro)proporzione con quello che sta accadendo in Italia.

Sabato notte, il primo ministro Conte doveva semplicemente accompagnare le tardive misure aggiuntive con una dichiarazione d’impegno di questo tipo: “Faremo qualunque cosa per tenere in piedi le nostre aziende, le nostre famiglie, useremo qualunque risorsa, debito, deficit, avanzo primario e via dicendo e credetemi sarà abbastanza

Nella vicina Inghilterra, dove si festeggiava sino a due giorni fa, hanno usato subito il termine “economia di guerra”, hanno messo a disposizione oltre 425 miliardi di dollari – 350 miliardi di sterline – in sovvenzioni e riduzioni fiscali per le imprese in difficoltà; per le famiglie un uragano di denaro. La Banca centrale inglese aprirà uno sportello diretto per sostenere le imprese: “Dobbiamo comportarci come se fossimo in guerra e fare tutto il possibile per sostenere la nostra economia.

Confronto deficit tra UK e USA

Nella seconda guerra mondiale, i prestiti alle imprese nel Regno Unito hanno raggiunto il 27 % del Pil, secondo gli archivi del Office for Budget Responsability. Un’economia di guerra può essere finanziata in vari modi, ma ora (anzi, ieri) è il tempo di intervenire, poi arriverà anche il tempo della ricostruzione. La seconda guerra mondiale ha lasciato un fardello del debito enorme insieme alla necessità di ricostruire; l’ultima Grande recessione, innescata dalla crisi dei subprime del 2008, ha lasciato lo stesso fardello in tempo di pace, quella che sta sotto il nome di deflazione da debiti, che non poteva che concludersi con fallimenti e ristrutturazioni di massa.

Quando tutto sarà finito resterà solo la spesa pubblica, investimenti statali, New Deal ovunque, per rilanciare la produzione e aumentare l’occupazione. Il libero mercato, quello ridicolo delle aspettative razionali, è morto e sepolto sotto un cumulo enorme di debito. Sgravi fiscali o aiuti aumenterebbero solo il risparmio e andrebbero in gran parte al servizio del debito.

Con tutti i consulenti che girano intorno al governo, non ho ancora capito quanto ci sarebbe voluto per riconvertire alcune aziende per la produzione di materiale sanitario indispensabile: andava implementata da subito una maggiore spesa sanitaria, non certo l’elemosina che ha messo a disposizione il nostro Governo. La priorità è finanziare iniziative produttive, evitare una spirale al ribasso estremamente pericolosa di redditi e occupazione, non litigare sulla forma di finanziamento futuro della spesa oggi, come fanno i vari Monti e Cottarelli nei talk show da mesi e anni. Welfare, assicurazione sociale contro la disoccupazione, linee di credito non attraverso le banche, legate a parametri oggi del tutto anacronistici, ma direttamente presso le banche centrali, linee di credito a tasso zero per imprese e soprattutto FAMIGLIE.

Se non sarà possibile, allora utilizzare la Cassa Depositi e Prestiti come un bancomat per le imprese e le famiglie, saldare tutti i debiti della Pubblica Amministrazione nei confronti dei fornitori e compensare fiscalmente, debiti e crediti, perché oggi siamo in guerra e le regole di bilancio e fiscali devono essere accantonate. E questo è solo un primo passo: lo spazio per il deficit da “economia di guerra”, in un’economia come quella del nostro Paese, è enorme.

debiti della PA italiana

C’è chi dice che senza la pandemia non sarebbe mai successo questo, ma sa di mentire, perché mai come in questi ultimi mesi il sistema era sull’orlo di un collasso, drogato da illusioni, da liquidità creata dal nulla, debito stratosferico, leva finanziaria demenziale e immensa disparità di ricchezze; sarebbe successo comunque, come insegna la Storia.
Voglio dedicare un pensiero speciale a chi soffre in prima linea, nel nostro Paese: non è il tempo delle polemiche, ma non è neanche il tempo dell’irresponsabilità e dell’improvvisazione; invece, è il tempo del coraggio, di scelte difficili, che aiutino a salvare il salvabile. Poi, a tempo debito, penseremo a presentare il conto a chi di dovere.

Andrea Mazzalai è consulente finanziario e saggista – @icebergfinanza

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