La riforma costituzionale e l’Unione Europea: perché dobbiamo preoccuparci

35 Posted by - 17 novembre 2016 - Blog

C’è un tema di merito che sta passando relativamente sotto silenzio, ma che potrebbe essere una ragione decisiva per votare No. Un tema che evidenzia una contraddizione tra i contenuti della riforma costituzionale e il maldestro tentativo del governo di marcare la propria distanza dall’Unione con scelte simboliche (la sparizione delle bandiere dell’Ue durante le conferenze stampa) e alzando i toni con Bruxelles in occasione del parere della Commissione sulla Legge di Stabilità.

Al di là del teatrino mediatico, la riforma determinerà infatti un’ulteriore cessione di sovranità del nostro paese alla Ue, analoga a quella realizzata nel 2012 con l’approvazione dell’art. 81 sul pareggio in bilancio. Che questo sia coerente con gli intenti della riforma è d’altra parte esplicito nella relazione introduttiva del Disegno di Legge Costituzionale del 8 aprile 2014. Sotto il titolo “Le ragioni della riforma”, è il governo stesso a spiegare quali ne siano gli obiettivi:

«Lo spostamento del baricentro decisionale connesso alla forte accelerazione del processo di integrazione europea e, in particolare, l’esigenza di adeguare l’ordinamento interno alla recente evoluzione della governance economica europea (da cui sono discesi, tra l’altro, l’introduzione del Semestre europeo e la riforma del patto di stabilità e crescita) e alle relative stringenti regole di bilancio (quali le nuove regole del debito e della spesa); le sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie e dal mutato contesto della competizione globale.»

Nell’inquadrare la riforma nell’ambito della governance economica dell’unione, il governo ne dà una chiave interpretativa cui corrispondono passaggi precisi nel nuovo testo costituzionale. Me ne sono reso conto solo di recente, su indicazione di Luciano Barra Caracciolo, che sul suo blog spiega la questione nel modo seguente:

«Come rendersi conto della European connection, ve lo indico in una breve sintesi suddivisa in semplici steps: a) prendete il testo della riforma costituzionale col raffronto del testo originario della Costituzione del 1948; b) verificate il testo dei nuovi articoli artt. 55 – “Le Camere”: cioè conformazione, struttura e “mission” istituzionale delle Camere) – e 70 – “La formazione delle leggi”: cioè procedure e contenuti generali, ma anche “tipizzati”, della funzione legislativa, ripartiti per competenze tra le due “nuove” Camere; e quindi definizione delle procedure in base a cui, certe leggi, con certi contenuti, devono esserci immancabilmente, violandosi altrimenti il dettato costituzionale, sia quanto alla mission che all’oggetto deliberativo delle Camere stesse; c) vi accorgerete che l’effetto aggiuntivo più eclatante, rispetto alle previsione della Costituzione del 1948 è che “la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” è divenuta un contenuto super-tipizzato e dunque, potere-dovere immancabile, della più importante funzione sovrana dello Stato (quella legislativa): ergo, la sovranità italiana è, per esplicito precetto costituzionale, vincolata, per sempre, ad autolimitarsi attraverso l’adesione alla stessa UE che, per logica implicazione, diviene un obbligo costituzionalizzato.»

In poche parole: la partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea diventa un dovere costituzionale. Immagino l’obiezione: che differenza c’è rispetto ad oggi? Non abbiamo sottoscritto dei trattati comunque vincolanti per il nostro paese? Ad essa si può rispondere osservando innanzitutto che si potrebbe arrivare a dubitare che a seguito della riforma l’Italia possa, in presenza di circostanze che lo rendano necessario o desiderabile, decidere di non far più parte dell’Unione europea. Tale scelta potrebbe infatti essere viziata da incostituzionalità, in quanto renderebbe impossibile per il Parlamento l’adempimento di una sua funzione. Così Barra Caracciolo:

«d) Non potrebbe dunque non essere, lo Stato italiano, parte dell’Unione, così com’è (dato che la previsione costituzionale non parla di alcuna iniziativa tesa alla revisione e al dinamico aggiornamento dei trattati stessi), altrimenti il Parlamento, cioè il teorico massimo organo di indirizzo politico-democratico, non sarebbe in grado di adempiere al suo dovere costituzionalizzato.»

Quella di uscita dalla Ue è un’ipotesi estrema. Ma, come già è avvenuto per l’art. 81 sul pareggio di bilancio, l’esplicita previsione in Costituzione della “formazione e attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea”, avrebbe effetti anche in circostanze più concrete:

«6. E, infatti, questo non può che avere riflessi sulla stessa propensione della Corte costituzionale a sindacare, con effettività e concreta comprensione della natura delle politiche che ci impone l’Unione europea, la violazione dei principi immodificabili della Costituzione (da parte dell’imposizione di tali politiche). (…) Nel costante conflitto tra tali previsioni costituzionali e i principi fondamentali che definiscono i diritti indeclinabili dei cittadini in una Repubblica fondata sul lavoro (cioè sull’obbligo statale di perseguimento di politiche economiche e fiscali di “pieno impiego”), la Corte non scorgerà alcuna esigenza di ristabilire una gerarchia tra le fonti

La riforma renderà cioè più difficile sindacare le politiche europee sulla base di un conflitto con la normativa nazionale e con i principi della nostra Costituzione. Con buona pace dell’art.1 che recita che “La sovranità appartiene al popolo” e dell’affermazione, continuamente rilanciata dai fautori del Sì, che la riforma non inciderebbe sui valori costituzionali ma solo sulle procedure della seconda parte della Carta.

Non serve essere “euroscettici” per preoccuparsi del fatto che sia in atto una progressiva cessione di sovranità del nostro paese verso istituzioni e organi sovranazionali di dubbia legittimità democratica. Una cessione di sovranità che non ha alcuna contropartita in termini di riforma e democratizzazione delle stesse istituzioni. Sarei ben felice se qualche costituzionalista potesse smentirmi, ma il punto mi pare piuttosto chiaro. E se è così, siamo di fronte a quella che è forse la ragione principale per la quale questa riforma va respinta con decisione. Votate No!

Massimo D’Antoni

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11 Comments

  • Serendippo 17 novembre 2016 - 4:36 pm

    I sostenitori sinistrorsi del NO sono messi male se si aggrappano a queste capziosità. Però, se può consolarli, hanno già vinto, ovvero perso: la legge elettorale, l’Italicum, per intenderci, verrà riformato. Faranno una legge che perpetuerà le larghe intese. Un inciucio perenne tra PD e Forza Italia. Mancherà così il principale elemento di una democrazia: la possibilità di una alternanza di governo. Si ristabilirà una specie di fattore K di antica memoria. Un fattore E come euro che escluderà da ogni maggioranza i “sovranisti”. E i tafazzi della sinistra non conserveranno neanche i loro seggi in Parlamento.

    • LuxDeLuxe 26 novembre 2016 - 8:38 am

      Il principale elemento di una democrazia non è l’alternanza, ma la rappresentatività.
      Basta rifarsi all’etimologia.

  • armando mattioli 17 novembre 2016 - 10:22 pm

    Ieri ho partecipato a queste evento http://www.econ.unipg.it/stage-placement/21-generale/notizie/eventi/450-verso-il-referendum-costituzionale-le-ragioni-a-confronto. Nel rispondere ad una domanda di una studentessa, il prof. Giuseppe Baldassarre, ha detto in un inciso della risposta che le politiche economiche italiane sono decise a Bruxelles. Ho colto la palla al balzo e nel formulare una mia domanda, ho premesso che il prof. ci aveva ricordato che abbiamo già perduto la sovranità a favore dei trattati europei, ma almeno ora abbiamo l’art. 50 del TUE per poter uscire, come sta facendo la GB. Ho chiesto ai relatori di spiegare se ed in che modo gli art. 55 e 70 modificati potranno ci toglieranno questa possibilità, sancendo la definitiva perdita di sovranità, come sostiene Barra Caracciolo. I due relatori mi sono sembrati spiazzati e non sono entrati nel merito del quesito. Il prof Baldassarre ha risposto che già abbiamo ceduto in base all’art. 11 parte della nostra sovranità all’UE; al che l’ho interrotto dicendo che l’art. 11 parla di limitazioni e non di cessioni di sovranità. La sua contro osservazione è stata che la sovranità si esplica in vari ambiti e che le specifiche “limitazioni” dell’art. 11 si sono realizzate mediante specifiche “cessioni” di sovranità: testuale. Poi, nel commentare l’ipotesi di un’italexit ha detto:” Ma lei si rende conto che il giorno dopo del nostro ritorno alla lira, i mercati ci attaccherebbero e saremmo costretti a chiedere l’elemosina?” Nel formulare la mia domanda, avevo ricordato come in questo momento Renzi sta di fatto elemosinando dall’UE soldi per la ricostruzione post-terremoto.

  • Michele Masoch 18 novembre 2016 - 7:07 am

    Sono un giurista e sottoscrivo in pieno la tesi di Luciano Barra Caracciolo. Chi conosca la giurisprudenza della Corte Costituzionale in materia sa bene che dal momento in cui – a partire dalla metà degli anni ottanta del secolo scorso e su pressione della Corte di Giustizia delle (allora) Comunità Europee – si è vista costretta ad affermare il principio di primazia del diritto (allora) comunitario sul diritto interno, essa ha nel contempo pur sempre condizionato e limitato detta primazia al rispetto dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, della cui violazione si è riservato il sindacato. Ciò significa che attualmente, in linea di principio, la Corte Costituzionale potrebbe sempre dichiarare l’illegittimità costituzionale delle leggi italiane che contengono l’ordine di esecuzione dei trattati sull’Unione Europea, laddove ravvisasse la puntuale violazione di detti principi fondamentali ad opera degli stessi trattati o di norme del diritto europeo derivato (regolamenti, direttive, ecc.). E’ del tutto evidente che l’elevazione “sic et simpliciter” al rango costituzionale della (mera) attuazione della normativa dell’Unione Europea quale compito del legislatore italiano apparentemente tipico, obbligatorio e in alcun modo espressamente subordinato al rispetto dei principi fondamentali della Costituzione della Repubblica Italiana, rappresenterà per la Corte Costituzionale un formidabile incentivo a ripensare ed aggiornare la propria giurisprudenza sui limiti all’ingresso e operatività nell’ordinamento interno della normativa europea, ben potendo essa ritenere che la riforma abbia voluto introdotto una sorta di “presunzione relativa”, se non addirittura “assoluta”, di “conformità” di quest’ultima ai suddetti principi fondamentali, tale da escludere in radice l’utilità, se non addirittura la possibilità, di un sindacato della Corte sul rispetto degli stessi.

  • Stefano Cocchi 18 novembre 2016 - 5:49 pm

    mi sembra gravissimo e forse, premetto che non sono un giurista, si potrebbe sollevare un elemento di leggittimità costituzionale della riforma sulla base della messa in discussione della prima parte della costituzione stessa ?!? vorrei fare anche notare che in Germania si subordina invece esplicitamente ogni decisione UE alla verifica di costituzionalità secondo la costituzione tedesca. Come la mettiamo ? la costituzione tedesca ha la primazia rispetto alle decisioni UE mentre invece quella italiana deve essre subordinata ?

    • Gianfranco Causapruna 29 novembre 2016 - 1:11 pm

      Non solo in Germania. In Francia (paese peraltro portato ad exemplum e modello dai fautori del SI al referendum per dimostrare come il prato del vicino europeo sia più verde di quello italiano ex Costituzione del ’48) occorre che l’Assemblée nationale trasformi in Legge dello Stato le normative europee, perché queste possano entrare nell’ordinamento francese (per chi si chiedesse come la Francia non sia paralizzata nella sua produzione legislativa e/o come non sia continuamente sotto procedura di infrazione da parte della UE, la spiegazione è nel suo integrare rapidamente le norme UE nel suo ordinamento, sorti forma di arrêtés ministériels, équivalenti ai nostri decreti ministeriali. Questo, anche per rispondere nel merito della presunta supremazia legislativa dell’Assemblée francese, rispetto al nostro modello di parlamentarismo in forma di bicameralismo paritario!)

  • Giovanni Cicconi 19 novembre 2016 - 9:21 am

    Viene da pensare che la modifica, come sopra chiarita, degli artt. 55 e 70 della nostra Costituzione sia un pericoloso risultato della riforma proposta, forse addirittura potrebbe essere “Il Risultato” più importante che “qualcuno” aspetta, direi con ansia (viste le reazioni e le incitazioni che si stanno moltiplicando).
    Davanti a questa evenienza, tutte le altre “novità” che si vuole introdurre nella migliore delle ipotesi fanno da contorno e nella peggiore da argomenti di distrazione di massa.
    Condivido pienamente le opinioni del Prof. Bagnai e del Prof. Barra Caracciolo (a Loro va il mio immenso ringraziamento) anche quando affermano che nella Relazione introduttiva dell’8 aprile 2014 ce lo dice chiaramente pure il governo.
    Sembra di assistere alla consegna in pompa magna delle Chiavi della Città all’assediante straniero in epoca medioevale.
    I cittadini italiani che si stanno accingendo ad approvare il quesito referendario sono consapevoli di questo ?

  • Claudio Tranquillo 19 novembre 2016 - 5:13 pm

    Non credo che sul punto le critiche siano corrette. Pacifico nel l’interpretazione costituzionale che nessuna regola o principio valga senza previo bilanciamento, figurarsi sostenere che non si possa sindacare in base ai Principi fondamentali la normativa di attuazione dell’Unione solo perché prevista dalla costituzione. Il paventato rischio deriverebbe piuttosto dall’art. 117 vigente cost. Quanto al problema della legittimità o meno di un’ uscita dall’Unione, i costituzionalisti non a caso non l’hanno mai affrontato nell’ottica dell’art. 117, e quindi non c’è motivo per ritenere che all’improvviso lo si ponga a partire dai riformandi articoli. Gli articoli di riferimento sono l1 e l11 cost.

  • Giuseppe Maria Sapporo 19 novembre 2016 - 8:20 pm

    Allucinante. Nemmeno l’italiano e la logica resistono. Tutto viene schiacciato da questa nuova onda della post verità.
    Ma vi rentede conto che avete trasformato la seguente frase che dettaglia i poteri del senato :
    “Il Senato della Repubblica (…) Partecipa alle decisioni dirette alla formazione e all’attuazione degli atti normativi e delle politiche dell’Unione europea.”
    In un surreale “perdiamo la sovranità” ?
    Ma pure il senso di una frase così semplice riuscite a distorcere ?
    E non mi dite che non è chiaro e lampante che si riferisce al fatto che l’attività legislativa legata all’unione europea è materia condivisa con il senato. Niente altro che questo.
    Giusto per chiarire, vi fosse sfuggito, il bicamerilismo perfetto viene abolito quindi va specificato quali ambiti sono condivisi.

  • Luciano Barra Caracciolo 20 novembre 2016 - 4:09 pm

    @Stefano Cocchi: ha inquadrato correttamente la questione dell’asimmetria tra filtro costituzionale tedesco e il corrispondente italiano
    Sull’esplicita formulazione del “filtro” costituzionale tedesco v. qui http://orizzonte48.blogspot.it/2016/11/la-stupefacente-costituzione-teronoma.html p.1 g)
    Sulla sterilizzazione del filtro costituito dall’art.11 Cost., che sarebbe anche più restrittivo di quello tedesco, ma che è stato depotenziato dalla “incomprensione” (macro)economica della nostra Corte costituzionale, abbagliata dalla presunta neutralità politica della “libertà di concorrenza” v.qui:
    http://orizzonte48.blogspot.it/2016/08/lincomprensione-delluropa-alla-corte.html

  • Jakmandolino 30 novembre 2016 - 11:35 am

    Condividerei la tesi giuridica (non l’allarmismo), circa la grande novità, se non fosse che l’art. 117 post 2001 – nei commi successivi al primo – contiene pressoché già tutti gli elementi in esame – cioè la costituzionalizzazione sia della “necessaria” partecipazione alla UE sia dell’attuazione-esecuzione degli atti Ue.
    Che poi vi siano anche gli artt. 55 e 70 a “infiltrare” nel tessuto costituzionale l’Unione Europea non vedo come non possa essere conseguenza del riparto di competenze.
    Tanto che la “pericolosissima” previsione dell’art. 55 è riferita al Senato, ma non c’è un equivalente per la Camera. Ed è inserita per la “partecipazione alle decisioni dirette a” e per la “verifica dell’impatto delle politiche”.
    Si tratta di funzioni distinte da quella legislativa, sicchè, dedurre un rafforzato obbligo di attuare (sempre e comunque, al di là del bene e del male) le politiche dell’Unione Europea – quasi per osmosi dalla mission di raccordo-codecisione-.valutazione mi pare operazione ermeneutica poco ortodossa.
    Detto in altri termini: se la Corte costituzionale volesse liquidare ogni valutazione d’incostituzionalità perché le norme e le politiche UE ormai sono costituzionalizzate, e cioè sempre legittime…lo dovrebbe fare, molto più linearmente,sulla scorta degli artt. 10,11, e 117 e non già dell’art. 55.
    Per quanto poi riguarda l’art. 70, è diretta conseguenza dell’art. 55. Se al Senato è dato un ruolo partecipativo/consultivo rispetto alle fasi ascendente e discendente della partecipazione alla Ue, è abbastanza naturale (e per una volta coerente, in una riforma che pure ha parecchie incoerenze linguistiche e giuridiche) che “la legge che stabilisce le norme generali, le forme e i termini della partecipazione dell’Italia alla formazione e all’attuazione della normativa e delle politiche dell’Unione europea” sia bicamerale.
    L’unica novità insomma è che per uscire dalla UE occorrerebbe intervenire con legge costituzionale su qualche articolo in più.